VINCENT VAN GOGH, TRA GENIO E FOLLIA

Quella di Van Gogh è ciò che potremmo definire la storia di un’anima. Complessa e tormentata, segnata dalla malattia mentale e sempre al limite della follia.

Questo è il curioso ritratto che Elizabeth fa del fratello maggiore, adolescente scontroso e difficile:
“Più robusto che slanciato, con la schiena incurvata dalla cattiva abitudine di lasciar ciondolare la testa in avanti, i capelli tagliati corti sotto un cappello di paglia che riparava il suo strano viso, sotto la fronte leggermente corrugata, le sopracciglia aggrottate in una intensa meditazione, piccoli occhi  a volte blu a volte verdastri…”.
Non potrebbe essere la descrizione di opere come “Autoritratto con cappello di paglia “, “Autoritratto con cappello di feltro grigio” o “Autoritratto come pittore”? 

Vincent Van Gogh nasce il 30 marzo del 1853 nel piccolo villaggio di Groot Zundert, nel Brabante olandese, figlio di Theodorus, un pastore protestante, e di Anna Cornelia Carbentus. E’ un ragazzo particolare e solitario che passa le giornate nei campi raccogliendo uova e nidi. Un grave lutto avvenuto un anno prima della sua nascita influenzerà in qualche modo la sua vita: la morte prematura del fratello, anch’esso Vincent, che lo accompagnerà per sempre sotto forma di senso di colpa. 

 

A sedici anni Vincent deve scegliere un mestiere, anche se non ha un’aspirazione precisa. Lo zio lo fa entrare come impiegato nella galleria d’arte da lui fondata all’Aia come filiale olandese della Maison Goupil di Parigi, ma l’insofferenza verso l’ambiente che lo circonda e la vocazione religiosa che piano piano si fa spazio in lui lo costringono ad abbandonare il lavoro. Licenziato nel 1876, si ritroverà due anni dopo predicatore libero tra i minatori  della zona di Wasmes, vicino a Mons, dei quali vuole condividere le sofferenze, ai quali regala tutto ciò che ha. Inutile dire quanto il suo comportamento suscitasse sorpresa, a volte diffidenza, tanto che si parlava di “follia mistica”.

E così, tra continui fallimenti e disillusioni, Van Gogh scopre a Parigi la sua vocazione di pittore ormai alla soglia dei trent’anni. Mentre il successo degli impressionisti è al suo apice, Vincent si esprime con un’arte nuova e “senza stile” fatta di pennellate violente e disarmoniche, che sono lo specchio delle  sue emozioni davanti al mondo. La natura e il paesaggio sono schizzati con pochissime pennellate, i colori scorrono sulla tela quasi sempre senza un progetto, completamente rielaborati e “stravolti” dal suo animo tormentato. Non è un caso forse che non sia riuscito a vendere nemmeno un quadro in vita, nonostante l’affettuoso appoggio del fratello Théo, che lo sosteneva anche economicamente. Nei due anni trascorsi a Parigi Van Gogh scopre l’Impressionismo e si interessa all’arte giapponese, ma soprattutto conosce Gauguin, con il quale instaura un rapporto molto particolare e, ancora una volta, tormentato. I due artisti convivono per alcuni mesi nel sud della Francia nel tentativo di creare una comunità di artisti, ma la “follia” latente di Van Gogh rovina quella che sarebbe potuta essere una delle più produttive collaborazioni artistiche del XIX secolo.

Nella brevissima vicenda della sua vita, conclusasi a soli 37 anni con il suicidio (anche se c’è chi ipotizza si sia trattato di un omicidio), Van Gogh sente la pittura come un’esigenza di vita, a volte una ricerca, un modo per tenere a bada le sue ossessioni e la sua solitudine. Dopo la morte, la sua opera diventerà punto di riferimento e ispirazione per gran parte degli artisti della prima metà del Novecento.  

 

“Autoritratto con cappello di feltro grigio” (1887) – Van Gogh Museum

 

 

 

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