IL MOMA, 10 OPERE DA NON PERDERE

Uno dei simboli di New York, il Museum of Modern art è una tappa imprescindibile per chiunque sia in visita alla “grande mela”, e una mecca per gli amanti dell’arte moderna e contemporanea.
Purtroppo il tempo è sempre troppo poco per poter apprezzare interamente l’immenso patrimonio di quadri, sculture, installazioni multimediali, fotografie, filmati, che abbracciano tutte le stagioni e i movimenti dell’arte del XX secolo. Una prima visita potrebbe partire dal quinto piano, che è quello in cui si concentra il maggior numero di opere famose.

A prescindere da quella che sarà la vostra visita e da quanto tempo vorrete dedicarvi, ecco quali sono le opere che vi consiglio di non perdere!

“La notte stellata” di Van Gogh

Uno dei capolavori più famosi del grande artista olandese, nonché vera e propria icona della pittura occidentale, “La notte stellata” rappresenta ciò che Van Gogh poteva osservare dalla sua finestra durante l’internamento presso il manicomio di Saint Rémy de Provence, nel 1889. La pennellata è tipicamente vangoghiana, frenetica e istintiva, il moto vorticoso del cielo si contrappone alla quiete del paesino, che è un ricordo dei paesaggi olandesi. A proposito del cielo, scrive Van Gogh al Fratello Théo che le stelle prima del mattino gli sembravano più grandi.

 

Vincent Van Gogh “Notte stellata”, (1889) – The Museum of Modern Art, New York

“Les demoiselles d’Avignon” di Picasso

L’opera che inaugura la stagione cubista di Picasso, ma che soprattutto stravolge i tradizionali codici di composizione e prospettiva in pittura. il soggetto del quadro, all’epoca tacciato di immoralità, sono cinque prostitute “di calle Avignon”, una strada di Barcellona famosa per i suoi bordelli. La composizione, compressa e costituita da forme solide collegate tra loro, si ispira alle opere di Cezanne che Picasso aveva visto a Parigi nel 1907, in particolare alle tele dedicate alle bagnanti, ma anche a El Greco. Le due figure centrali hanno tratti umani, le restanti tre donne hanno per volto delle maschere africane.

 

Pablo Picasso “Les demoiselles d’Avignon” (1907) – The Museum of Modern art, New York

Leggi anche “Les demoiselles d’Avignon” e la nascita dell’arte moderna 

“La Danza (I)” di Matisse

Il MoMa dedica spazio anche agli studi d’artista, come la “La Danza (I)” di Henri Matisse, tra le opere più celebri del XX secolo. Cinque donne nude danzano formando un armonico girotondo. I loro volti sono appena accennati, così come i loro corpi, che comunque trasmettono un forte dinamismo. Il quadro può essere letto come un’allegoria della vita umana, fatta di un movimento continuo perennemente teso all’unione con gli altri. Matisse fu così contento del risultato di questa realizzazione che ne introdusse un piccolo spezzone in un altro dei suoi lavori, “La danza con i Nasturzi” del 1912.

 

Henri Matisse “La danza I” (1909) – The Museum of Modern Art, New York

“Il Sogno” di Rousseau

Una donna distesa su un sofà, completamente circondata da una fitta vegetazione, volge lo sguardo verso un misterioso suonatore di flauto. Come tutte le opere di Rousseau, anche “Il Sogno” rappresenta una realtà incantata e quasi fiabesca in cui la natura selvaggia diventa l’immagine di un mondo interiore. Rousseau dipinse diversi quadri legati al tema della giungla e dell’esotico senza mai abbandonare la Francia, ma traendo ispirazione dalle sue passeggiate al Jardin des Plantes, allo zoo di Parigi, o dalle esposizioni coloniali.
L’opera è citata nel romanzo “Un covo di vipere” di Andrea Camilleri.

 

Henri Rousseau “Il sogno” (1910) – The Museum of Modern Art, New York

“Dinamismo di un footballer” di Boccioni

Un’esplosione di colori. Il più famoso quadro sul calcio è stato realizzato da Umberto Boccioni, uno dei principali esponenti del Futurismo. A dispetto di quanto potrebbe sembrare ad un primo sguardo, “Dinamismo di un footballer” non è un’opera astratta: se si guarda con attenzione si riconosce il corpo del calciatore al centro, evidenziato come una massa più densa in cui domina il rosso rispetto all’ambiente circostante, dove le superfici sono più piatte e i colori più tranquilli, modificati dalla corsa dell’atleta in un movimento a spirale che dà energia al gesto sportivo.

 

Umberto Boccioni “Dinamismo di un footballer” (1913) – the Museum of Modern Art, New York

“Le Ninfee” di Monet

Una delle opere più rappresentative di inizio Novecento. Al MoMa è esposta solo una piccola parte del ciclo che raffigura i fiori del famoso giardino di Monet a Giverny (circa 250 dipinti disseminati tra i più importanti musei del mondo), tuttavia trovarsi davanti a questo monumentale trittico, raffigurante lo stagno delle ninfee nelle sue naturali variazioni di colore, è un’esperienza indimenticabile che vi catapulterà in una realtà ben oltre lo spazio museale.

 

Claude Monet “Ninfee” (1918) – The Museum of Modern Art, New York

“La persistenza della memoria” di Dalí

Una delle opere più famose di Dalí, pura essenza del surrealismo. In una landa desolata, presso Port Ligat in Costa Brava, compaiono un parallelepipedo color terra, un albero senza foglie, un occhio addormentato e un basamento blu sullo sfondo, ma soprattutto quattro orologi da taschino, tre dei quali in liquefazione, il quarto ricoperto da formiche (un tema ricorrente nei quadri dell’artista, sua grande fobia). Secondo un aneddoto raccontato dallo stesso Dalí l’idea degli “orologi molli”, che rappresentano la relatività del tempo, gli venne osservando la mollezza del Camembert consumato durante la cena.

 

Salvador Dalí “La persistenza della memoria” (1931) – The Museum of Modern Art di New York, New York

“One: Number 31, 1950” di Pollock

Il capolavoro di uno dei massimi esponenti dell’espressionismo astratto o action painting, Jackson Pollock, realizzato con la tecnica del “drip painting”. Le avvolgenti corde di colore attraversano la tela con un’energia forte e veloce ma anche aggraziata, animando ogni centimetro della composizione, che sembra espandersi continuamente nonostante le sue dimensioni già enormi. Come per tutti i suoi dipinti a goccia, Pollock ha dipinto con la tela posata sul pavimento, perché così si sentiva a suo agio. A secondo “One: Number 31, 1950” può suggerire l’intensità oi ritmi primordiali della natura o le infinite profondità del cosmo.

 

Jackson Pollock “One:Number 31, 1950” (1950) – The Museum of Modern Art, New York

“Ruota di bicicletta” di Duchamp

Una ruota montata al contrario su uno sgabello. Ecco il primo ready-made dello scultore dadaista Marcel Duchamp, l’opera che ha rivoluzionato totalmente il modo di fare arte e messo in discussione l’intero processo artistico. Come in tutte le creazioni duchampiane, anche in questo caso un oggetto comune assume un diverso valore perché inserito all’interno di un diverso contesto. L’originale dell’opera è andato perduto, ma esistono undici repliche differenti. La versione esposta al MoMa è stata ricreata dallo stesso scultore nel 1951 ed è considerata la prima scultura cinetica.

 

Marcel Duchamp “Ruota di Bicicletta” (1951) – The Museum of Modern Art, New York

“32 Campbell’s Soup Cans” di Warhol

Trentadue tele in polimero sintetico su tela disposte su quattro file, ciascuna grande 51 cm × 41 cm, raffiguranti tutte le varietà dei barattoli di zuppa Campbell in commercio negli anni Sessanta dello scorso secolo. È questa una delle opere più significative della produzione di Andy Warhol, perché è proprio a partire da questo momento che l’eccentrico artista americano comincia ad applicare le sue strategie di ripetizione seriale  a soggetti tratti dalla cultura di massa americana (sull’onda evidente del ready-made duchampiano).
I singoli dipinti sono stati prodotti con una tecnica di stampa serigrafica semi-meccanizzato.

 

Andy Warhol “Campbell’s Soup Cans” (1962) – The Museum of Modern Art, New York

 

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