“LE MUSE INQUIETANTI”, TUTTA LA METAFISICA DI DE CHIRICO

Su un grande pavimento di legno in prospettiva, simile alla coperta di una nave, tre statue-manichini sono circondati da alcuni strani oggetti che ricordano il mondo dell’infanzia. Sono “le muse inquietanti”, protagoniste del quadro forse più famoso di Giorgio de Chirico.

La parte centrale della tela è occupata da una ribalta teatrale in lieve pendenza su cui si stagliano appunto i tre manichini, che in una lettera inviata a Carrà de Chirico aveva inizialmente battezzato “le vergini inquietanti”; uno è adombrato e in disparte e dà l’impressone di voler attirare l’attenzione degli altri due, raffigurati uno in piedi e con una specie di peplo che cade in rigide pieghe rigonfie, l’altro, dall’aspetto femminile, seduto su una scatola turchina con le braccia conserte e la testa appoggiata alle gambe, in segno di completa estraneità al mondo degli esseri umani. Entrambe le figure hanno l’aspetto di statua antica e corrosa dal tempo, e per testa degli oggetti singolari, un birillo come quello dei manichini per sarti e una specie di pallone allungato. Tutt’intorno scatole dai colori brillanti simili a quelle in cui i bambini ripongono i loro giochi e un bastoncino colorato.
É verosimile che all’origine di queste figure ci siano le illustrazioni del manuale di storia dell’arte “Apollo” di Salomon Reinach, molto apprezzato e consultato da de Chirico.

Sulo sfondo, in posizione defilata, quasi nascosta, l’artista ha raffigurato una fabbrica con due alte ciminiere e una torre bianca dalla curiosa forma troncoconica, un tema ricorrente nelle sue opere; le sue ciminiere cominciano a comparire sin dalle prime “Piazze d’Italia” e richiamano, nella forma e nel colore, le torri del castello a fianco. Anche la presenza del castello, molto simile a quello di Ferrara (la città in cui la pittura metafisica ha conosciuto il suo apice), richiama in parte le atmosfere rarefatte e silenziose delle “Piazze d’Italia”, anche se con un’impostazione ancora più lontana dalla realtà.

I colori, luminosi ma freddi, e le lunghe ombre nere che attraversano in diagonale la composizione, contribuiscono a creare un’atmosfera di silenziosa immobilità, carica di tensione e di attesa. Inoltre, le ombre indicano chiaramente la collocazione della fonte luminosa, ma non ci consentono di stabilire con sicurezza se questa è naturale o artificiale.

L’opera è stata pubblicata per la prima volta nel 1919 sulla monografia dedicata a de Chirico da “Valori Plastici”, ed è stata esposta per la prima volta nel 1921. Nel corso del tempo lo stesso artista ne ha eseguito alcune repliche.

 

Giorgio de Chirico “Le muse inquietanti” (1918) – Milano, Collezione Mattioli

 

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