L”URLO” DI MUNCH, UN GRIDO DI DOLORE DELL’UMANITÀ

Una delle icone artistiche più famose insieme alla Gioconda di Leonardo. Chi non conosce l”Urlo” di Edvard Munch? Il capolavoro dell’artista norvegese è di sicuro uno dei dipinti più celebri della modernità, anche perché emblema del pessimismo fin de siècle diffusosi a fine Ottocento, che cominciava a mettere in dubbio le certezze dell’essere umano generando la consapevolezza dell’irrimediabile perdita dell’armonia tra uomo e cosmo.

Munch racconta in almeno quattro appunti dei suoi diari l’origine di questa opera:
«Camminavo lungo la strada con due amici
quando il sole tramontò.
I cieli diventarono improvvisamente rosso sangue e percepii un brivido di tristezza. Un dolore lancinante al petto. Mi fermai
mi appoggiai al parapetto, in preda a una stanchezza mortale. Lingue di fiamma come sangue coprivano il fiordo neroblu e la città. I miei amici continuarono a camminare
e io fui lasciato tremante di paura . E sentii un immenso urlo infinito attraversare la natura.»

Sulla collina di Edberg, sopra Oslo, si sta consumando una scena inquietante. Il protagonista in primo piano, una figura informe più simile ad un ectoplasma che a un essere umano, sbarra gli occhi e porta le mani alle orecchie per non sentire un urlo che è allo stesso tempo suo e del mondo circostante; la sua bocca, vero centro dell’opera, si apre in un innaturale spasmo ed emette un grido che distorce l’intero paesaggio circostante. Non si tratta di uno dei numerosi autoritratti dell’artista, ma di un uomo qualunque, senza sesso, razza o età. Intorno a lui un paesaggio irreale e poco accogliente fatto di linee curve e colori contrastanti che sono uno specchio dell’anima e riflettono la catastrofe emozionale che sta angosciando il pittore in quel momento: il mare è una massa nera ed oleosa, mentre il cielo è solcato da lingue di fuoco, con le nuvole che sembrano essere cariche di sangue. A rimanere immutati e dritti sono esclusivamente il parapetto e i due personaggi a sinistra, non a caso collocati ai margini della composizione quasi volessero uscire dal quadro: una metafora della falsità dei rapporti umani.

Dell’“Urlo” esistono quattro versioni, tutte dipinte tra il 1893 ed il 1910, ma la più famosa è quella conservata alla Nasjonalgalleriet di Oslo. Quella esposta al Museo Munch è stata oggetto di due furti: il primo nel 1994, nello stesso giorno dell’inaugurazione dei XVII Giochi olimpici invernali, il secondo nel 2004, insieme a “La madonna” sempre di Munch. Ambedue le tele sono state recuperate nel 2006 e sottoposte a restauro, per poi tornare in esposizione al museo nel 2008.

 

Edvard Munch “L’urlo” (1893 – 1910) – Oslo, Nasjonalgalleriet

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